Category: Scrittura


Read 

Un pò di luce in quella terrazza, come quando non sai se restare in una riga, o andare come quella meravigliosa pioggia, che non c’è nelle giornate più ricche. Dovevo dormire, tra quella mezza luna e quel rosso di “Red” però a guardare la luce, mi sorprese il dolore che sentono gli occhi di chi ha visto, viaggiato, e tace sulla bellezza.

  

Un albero verde

Poi arrivo in questo ospedale e in mezzo a quei padiglioni si lamenta un mezzo albero verde, in realtà, non parla. È stanco di lamentarsi, di essere l’unico a tirar su l’animo di questa gente malata e quei dottori vestiti in bianco, che investono lo spazio di pietra senza molti colori. È stanco di ripetere: “Guardate! Sono qui, alto e vi vedo! Se non mi chino è per voi! Se cresco ancora è per voi.”
Passo, come passa tutta la gente accanto, e lascio l’albero, simile ad un cedro libanese, solo di nuovo. Ma è lui, si, lui a farmi amare quel poco di natura, che ancora si conserva.

Portatemi lì

Assorbo questi passi o mi assorbono? Riparto, cado o sto volando? Ma sto sbagliando? Tanti viaggi lontani e cari, cari e lontani.

Per un attimo, aspettate! Aspettate, dico!

Portatemi in quella terra di cedri a supplicare un lungo abbraccio. Portatemi li, è passato tanto tempo da quando non piango per un affetto sincero. Portatemi laddove corro e ballo, con mente leggera e svelta e potente, come quando suonava con la musica del cuore, quella muscia che perdo pensando di scoprire chissà quale cuore!

Portatemi lì, a dire “ti amo” a degli occhi stanchi, consumati per l’attesa. Portatemi a raccontare la pioggia che non vince la pelle per contaminazione, né scrive rughe con sostanze velenose, impercettibili ad occhi nudi.

“Prova a sentire la mia mancanza!”

Così esclamò l’assenza del CUORE, cinque lettere, una famiglia.

“Prova a sentire la mia mancanza!”

Così disse l’AMORE, cinque lettere, una famiglia.

Ebbene, è tanto, tanto tempo passato in questo strano e freddo esilio, fatto di maschere quasi perdute, quasi incancellabili e colme di memoria; dico “quasi” perché conservo dei vaghi ricordi di quell’ incrocio tra Ieri e Oggi e non so se veramente ho perso l’indirizzo di quella via, la Via del Cuore.

Mi ricordo sai, la prima volta che saltavi con occhi nudi a guardare la tua scoperta come se fosse un trionfo. Era tutto più naturale. Ti vergogni?

Essenzialmente, è strano non averti vicino, nudo e senza pudore ma io credo che dalle stelle non vi è nessuna vicinanza, tranne che nella mente dell’uomo, per questo studio e leggo sugli astri.

-Cosa fai adesso? Leggi? Studi?

-No, scrivo.

-Ah, il nostro futuro medico è scrittore?

Non sorrido nemmeno. Chissà l’inferno delle parole, come altri inferni, mi divorerà con la sua rabbia di “arma da fuoco”.

-è la voglia di perfezione, il tuo peccato, li risposi.

-Non credo sia nominata tra i peccati, la perfezione.

-Lascia perdere. Lei, distruggerà la natura che ha creato!

-Lei? Ma stai ancora parlando con me?

-Devo andare.

-Si, si.

Suzanne! Il caffé è pronto. Sto avendo delle allucinazioni gratuite e improvvise. Ma con chi stavo conversando? Ascolto ora la voce di mia madre, l’ho sentita ieri per telefono, quasi a sussurrarmi la sua voglia di abbracciarmi, mentre immaginavo le sue espressioni pensando alla mia mano che appoggia il telefono sull’orecchio. Ormai è questa la mia famiglia: il telefono. “Cut! vado a bere il caffé.”

Anche le prime unioni sono un disastro. Dico, insomma, quando piangi perché il bello è andato, devi pensare che c’è un bello che viene ma non bisogna sottovalutare il tempo che passa tra il meccanismo di cancellazione nostalgica dello status precedente e il disegno del “post-status” pianificato. “Vattene!” Questa parola continua a suonare forte nella mia testa. Dico, non l’avrà detta sul serio, no? Invece, forse si. Insomma il lavoro su uno stato passato nostalgico e la pianificazione futura si concentra nel presente e potrebbe essere invaso da un ossessione continua di premere il tasto “cancella” sulla tastiera davanti.

Cosa abbiamo fatto per meritare questa natura così sublime. Pensa, questo ciclo continuo di bellezza senza fine! Alla fine tutto muore? Anche noi moriamo e non rimaniamo qui a lungo. Ecco l’idea! L’ho trovata! Aggrapparsi al presente.

Il presente non mi piace. Cambio. Un altro caffé: mi verrà l’emicrania e la gastrite con queste dosi giornaliere.

Finisco l’ultima entrata del blog. Parla sempre di un ricordo.

Ricordare. Scrivere. Premere il tasto “cancella”. Uscire dalla pagina.

“Spegni computer”.

Amori distorti

– Cosa? Ti manco? esclamò Lia. Oh..non dire queste cose, ora che mi abituo a starti lontana!

– Come ti abitui? Allora..che amore è quello che senti per me? Non dicevi che mi ami?

Lei ha sorriso; era un sorriso un pò forzato, come chi non vuole parlare per arresa, non vuol aprire un discorso e spiegarsi davanti a Carlo e pensava che Carlo la capisse. 

– Dovrei andare, disse lei.

– Non puoi andare così!

– Così come? Ti devo firmare la mia presenza prima?

– Ma come sei stupida!

– Tutto quello che hai da dirmi…come sempre.

La tensione che si creava tra i due cresceva sempre di più. Certo che Lia non era una donna facile da gestire. Il suo carattere ribelle e indipendente, faceva spesso cadere gli schemi a chi ne aveva. Lo schiaffo che le arrivò sulla guancia destra, affermò l’impazienza di Carlo davanti alla freddezza di lei. Lui, sconvolto dal suo gesto istintivo, guardò spaventato gli occhi brillanti di Lia.  

– Lia…

Cercò di prendere il suo viso tra le mani mentre pensava a quanto era stato stupido per aver fatto una cosa del genere. Si avvicinò ancora di più ma lei lo fermò con un gesto brusco, spingendolo lontano. Era consapevole che Carlo non era capace di scusarsi e nemmeno lei aspettava le sue scuse, ma guardandolo negli occhi gli disse con un tono deluso ma preciso:

– Devo andare.

– Non andare!… ti prego, aggiunse Carlo.

– Devi essere pazzo, Carlo! Continua la tua strada come meglio credi sia per te e lasciami fare la mia

– Ma tu sei nella mia strada, Lia!

– Domani cambierai idea come al solito. Sai, sono stanca di rimediare alla tua indecisione. Poi sono indecisa più di te ora e credo di volermi staccare da te. Voglio stare per conto mio. Forse starò a cercarmi, come ho sempre fatto. Non sono brava a promettere cose eterne, sai.

– Va bene così per me, d’avvero. Va bene anche senza promesse!

Lia lo guardò come chi sa già che la decisione di Carlo era presa troppo in fretta perché possa concretizzarsi presto  perciò con un tono fermo concluse:

– Ci risentiamo. Prenditi cura di te.

Lui, la guardò andare, sconfitto dall’impotenza ma non quanto dall’orgoglio che assaliva il suo petto.

“Io, sono stato lì a supplicarla e lei va via così?” Pensò tra sé e sé. Aveva perfino dimenticato il suo schiaffo e la sua mano addolorata più della guancia della donna che amava. Acciecato dalla rabbia, si programmò, per malizia, una serata con una ragazza che aveva conosciuto di recente in un bar accanto a casa sua e si diresse al locale dove Lia cantava ogni sera. Quando Lia lo vide entrare con la ragazza, non manifestò nessuna reazione. Carlo cercò i suoi occhi ma lei guardava altrove, senza girarsi dalla parte dove si siedeva Carlo. Le dava fastidio, semplicemente che lui usava la gelosia come strumento, come se non conoscesse affatto com’era fatta Lia. Carlo non riusciva a vedere che lui era speciale per Lia e che la decisione che ha preso non fu facile. Non capiva che bisognava darsi del tempo, malgrado tutte le conseguenze possibili, e che sarebbe stato meglio per tutti e due evitare questi riscatti senza senso, che per Lia, portavano ad una conclusione ancora più sicura, semplicemente perché non sa concedersi nell’amore se per amore non lo fosse.

Era una delle rare persone che non contavano l’amore coi minuti, con l’eterno, con le promesse ma piuttosto con la serenità e la gioia che glorificano un attimo da onorare. Per lei era certo che non si vivono spesso dei momenti d’amore, bensì si colgono come frutti appesi sull’albero del tempo e questa sensazione di complicità con l’altra persona era sempre una tentazione dolce alquanto desiderata. Non sapeva perdere troppo tempo a spiegare la sua visione dell’amore, perché si rendeva conto che certi non riuscivano ad accettare questa dimensione costosa, anzì, ne facevano spesso un peccato perché erano troppo abituati ad avere la sicurezza dell’altro accanto a loro. Lia viveva una dimensione che non conosce possessione materiale alcuna e dalla quale rischi di uscire spesso perdente o esiliato, perché non s’impongono compromessi rigidi che legano ad una sedia di vigilanza un compagno tenuto per “paura di restare soli”. Per lei, la fedeltà consisteva nel sentimento puro che provava verso l’altro e va oltre la possessione carnale. Si lanciava così alla  scoperta di sé stessa amando giorno per giorno e viveva spesso con le sue ferite difficili da curare.

In realtà, Lia si era abituata alla presenza di Carlo, malgrado non volesse attaccarsi a nessuno. Altri uomini che aveva conosciuto, non gli hanno lasciato quella stessa impronta nel tempo, anche se con Carlo si sentiva tremare tutte le sicurezze e aveva paura di affrontare sempre i suoi sentimenti. Succedeva spesso che quando Carlo voleva una determinata serietà nel rapporto, lei cercava di guadagnare un respiro per mandare avanti i suoi progetti personali e Carlo non capiva questo suo bisogno di libertà, perché in quel momento lui aveva bisogno di lei. E poi, quando Lia cercava la sicurezza in Carlo, Carlo era impegnato a fare altro. Purtroppo, questa differenza tempistica nella realtà giornaliera, rendeva la loro relazione sempre più pesante. Lia l’aveva capito e cercava di viverlo con un certo equilibrio ma Carlo chiedeva sempre maggior impegno da lei e non voleva accettare le differenze. E così, si sforzava sempre di più per trovare qualche metodo che trattenesse Lia con lui, senza neanche rendersi conto che Lia era sempre presente ugualmente e  senza il bisogno di soffocarlo con richieste e scaricare su di lui obblighi e doveri verso di lei. Preferiva piuttosto condividere le piccole cose con lui, un pò come quando si perdevano ad arrivare in Cina, mentre erano seduti sul balcone di casa loro a godere il caffé del pomeriggio.

Già dagli ultimi mesi della loro relazione, Lia vedeva infatti che la loro vicinanza aveva effetti distruttivi sulla vita di entrambi, ma solamente perché Carlo era sempre agitato e non riusciva a adattarsi ai tempi suoi personali e di conseguenza, a quelli di Lia, e aveva sempre paura di perderla. La decisione di Lia fu dolorosa per Carlo ma essendo masochista per natura, non si arrese e volle trattenerla ancora vicino a lui.

Il giorno dopo quella serata al pub dove lia lavorava, e visto che non appena Lia finì di cantare se ne andò a casa senza dire niente a Carlo, Carlo si presentò di nuovo al locale e aspettò tutta la sera ma Lia non venne a cantare. Il cameriere che lavorava lì e conosceva bene Carlo gli disse che Lia non aveva lasciato nessun avviso stranamente e che lo stesso proprietario non aveva potuto contattarla perché teneva il cellulare spento.

Carlo uscì dal locale e si dirisse verso la casa di Lia. Erano le 11 di sera. Tra dubbio e paura, pensò mille volte di lasciar perdere quest’ossessione di controllare tutto ma non poteva abbandonare la sua inquietudine. A cinquanta metri dalla porta di casa, vide Lia tornare con un ragazzo e s’immobilizò in piedi, di colpo. I suoi occhi si accesero di furia e dolore, come se qualcuno lo avesse colpito con una spada nel cuore, trafitto senza preavviso, senza dargli il tempo di reagire. Lia sorrideva e sembrava anche essere felice, cosa che aumentò la furia di Carlo. Poi, salutando l’uomo alla porta, gli ha stampato due baci sulla guancia e entrò a casa, chiudendo il portone. Carlo osservò il ragazzo allontanarsi a passi lenti. Sembrava più grande di Lia ma Carlo non riusci a vederlo bene nel buio. “Bastarda!” disse, pensando a Lia “capisco ora che mi vuoi lasciare!”.

Quella sera, se ne tornò a casa, pieno d’odio, al punto che non riusciva neanche a chiudere gli occhi. Si sentiva tradito e  l’unico suo pensiero si centrava su una cosa: come fargliela pagare. Passarono due settimane senza che Lia andasse al locale a cantare. Carlo si chiedeva tra sé e sé che fine avrebbe potuto fare, ma non poteva di certo togliersi dalla testa l’immagine di lei con quel uomo e l’idea di volersi vendicare. Decise finalmente di aspettarla davanti a casa, per affrontarla con la verità e quindi venerdì dopo il suo lavoro, la chiamò ma senza esito, perché il suo cellulare era sempre spento. Chiese al portinaio se sapeva qualcosa di lei o la vide uscire prima e quest’ultimo gli affermò che sono due settimane che non la vede. Perplesso e preoccupato, Carlo chiese al portinaio se aveva casualmente una copia della chiave di casa di Lia per poter entrare a controllare se stava bene o meno.

– Guardi… non si presenta al lavoro da due settimane, lei dice che non la vede da due settimane…? Di sicuro le è successo qualcosa. Dobbiamo controllare e subito!

Il portinaio, convinto dalle parole di Carlo e iniziando a preoccuparsi ancora di più, andò a bussare alla porta e non ricevendo nessuna risposta, cercò le chiavi dell’appartamento e decise di entrare con Carlo. Quando aprirono la porta, Lia era seduta sul divano e stava guardando la televisione, con un té e un libro aperto appoggiato sul tavolino accanto.

– Lia! Gridò Carlo! Ma cosa stai facendo?!

– Sto guardando la televisione, come vedi.

Carlo era felice di vederla ma era anche confuso di tutto quel che succedeva e invitò il portinaio a lasciarli da soli, dopo averlo ringraziato per la sua gentilezza e scusandosi con lui per il disturbo.

– Che c’è Carlo? disse Lia tranquillamente. Mi stai perseguitando, per caso?

Lui non sapeva come iniziare a parlare e cosa dire. Starle così vicino, ascoltando le sue parole espresse con innata semplicità, lo faceva confondere ancora di più. Sforzandosi a trattenere le sue emozioni, finalmente gli chiese:

– Non stai andando a lavorare? 

– No.

– Perché?

– Perché volevo stare per conto mio.

– Ah si..? rispose Carlo, con occhi diffidenti e un tono un pò cinico.

– Si, in effetti, stavo bene. Anche se mi fa piacere vederti, malgrado non sia stato programmato, continuò Lia iniziando a sorridere con animo leggero.

– Ma dici questo a tutti?!

Lia, sentendo quelle parole cambiò faccia e guardò Carlo quasi triste ma rispose freddamente:

– Si, certo che lo dico a tutti.

– Ho capito… Due settimane fa ti ho visto con quel ragazzo, sai?

Lia si mise a ridere e Carlo si arrabbiava sempre di più.

– Mi perseguiti allora?!

– E tu me lo affirmi quindi che eri con lui!!

Lia fissò Carlo negli occhi, determinata e dura come non l’aveva mai vista poi, con un tono deciso e chiaro spiegò:

– La tua gelosia non m’interessa, Carlo. I tuoi dubbi mi fanno solo allontanare da te. Ma soprattutto, la tua impazienza e i tuoi giudizi, non fanno altro che distruggere tutto ciò che abbiamo vissuto di bello. Se sei venuto fin qui a dirmi questo, era meglio se non aprivi la porta.

– E cosa devo dirti allora?

– Ciò che ti ha spinto fin qui non è altro che la paura. Avevi paura di perdere ciò che ami. Fino a poco fa, ti eri ossessionato e hai dimenticato perfino l’amicizia che condividevamo. Vorresti continuare a spingere oltre i limiti con le tue pretese infondate ma i limiti li hai messi tu per te stesso. Se pensi di stare accanto a me così, non succederà, almeno non in questo modo. Ma, guardati un pò! Non riesci a vedere chi sei! Hai scordato tutto di te, per la paura, per la rabbia, per l’odio..Chissà perché!

– Certo, che discorso Lia! è uno dei tuoi giochi nuovi? Tu sempre vedi tutto come vuoi e io non ne posso più. Anch’io vorrei sentirti, come tu senti me, solo che mi è impossibile amarti a vuoto, senza viverti ogni giorno.

– Per questo ho chiesto la lontananza che tu non accetti. Abbiamo sprecato troppo tempo a litigare quando stavamo insieme. Respirare fa bene..

– E preferisci avermi lontano?

– Preferisco? No. So che non voglio averti con la tua diffidenza, la tua rabbia e la tua possessività. Ma se pensi di essere sempre stato così e voler continuare ad esserelo, allora si, perché preferisco vederti felice che non pauroso e furioso. 

– Per me è impossibile averti come amica! Come faccio Lia? mi chiedi troppo! Poi sono sempre nervoso perché mi sento insicuro con te. Non c’è nessun compromesso che ci lega realmente.

– E vorresti un compromesso quando stiamo male? Sei sempre stato il mio amico, lo hai sempre fatto…restiamo lontani per un pò?

– Si…se così vuoi anche tu..ma..

– Senza ma..le conseguenze possono essere tante, lo sappiamo entrambi..ma proviamo a contare un pò su noi stessi, senza pretendere tanto..qualcosa capiremo prima o poi

Giganti e bambina?

Quando penso qual’è la ragione di questo mio percorso, quasi piango. Senti il silenzio? Senti il silenzio che invade il tuo petto? Questo..questo è la ragione e il prezzo. Hai freddo e tremi..e tremi perché? Perché non dimentichi un pò? Ma ti ricordi ancora del senno, del mondo?

Loro.. gira tutto attorno a loro e non lo vuoi ammettere. Cerchi di credere che tutto andrà bene ma sai che queste ferite, il tempo non le guarirà e che sarà sempre peggio, sempre peggio col passare del tempo. Pensa.. sei straniera anche a casa tua. Devi sempre dare giustificazioni, devi dire quello che hai fatto, devi dimostrare che vali qualcosa per qualcuno, non li devi deludere, non li devi deludere. Porta quel peso e cammina. Anche loro lo fanno, chissà cosa pensano loro. Ci si parla così, senza dirci niente. I sentimenti non hanno posto, c’è posto solo per la responsabilità, per la durezza e non piangere! Il dolore, non si può far vedere, così è che ti hanno insegnato. Così è che fanno loro o forse davvero sono giganti e tu non impari a crescere ancora.

Ho teso la mano

Ho teso la mia mano, quando mi disse partiamo,

a uno scheletro vivo che consacra la morte

 elevando l’orrore di sorrisi esausti,

affannati,

deceduti

tra labbra e seni.

Egli catturò il mio spirito allegro

e finì per voltare i miei sguardi alla fine

e ancora, orfano dei miei desideri

cercò di colpirmi a pieno il cuore

io che nulla amai, ne niente, ne nessuno,

“Non ho fame ne ho sete” da eremita risposi

e allora implicò le sue ombre per zittirmi

ripetì “non ho sete, non ho fame, sto bene

e non cerco, con te, di condividere niente.”

Ma quando cullò, vanitoso, la mia mente

e vide i miei sensi cadere disfatti

esclamò con rabbia, come se fosse cosciente

dell’amara sconfitta tra cielo e abissi

che i nostri nomi sono eterni opposti

e negandomi, il tiranno, impose la sua legge:

“Via! Non c’è niente che tu possa avere!

Via! Non c’è niente che io possa sentire!”

Apatica

Si rinchiude in casa per giorni. Non vuole vedere nessuno. L’ultima sconfitta. Si dice sempre che è l’ultima sconfitta, che poi tutto andrà bene, che poi le strade perse si ritroveranno e che da qualche parte lontana dalle colpe e dai dubbi, dalle dimostrazioni di valore, dal cuore, lontana da tutto, lei ritroverà almeno sé stessa. Ma la sua vera sconfitta è lei stessa e lei lo sa. Sa che tra la gente non ritornerebbe se non le si obbliga a dover far parte di questo paese d’adulti. Le piccole cose.. le piccole cose sono importanti! Si è stancata di ripeterlo, di spiegarlo..e allora preferisce escludersi da queste grande feste insensate, da queste involture senza contenuto. Si punisce. Il dolore la punisce finché non sente più e allora si rimette in piedi e dondola da destra a sinistra e da sinistra a destra, proprio come faceva da piccola quando la lasciavano sola.

Tra delusione e rabbia, decise di negarsi agli umani e restare senza nessuno. Non l’importa più nessuno, non vuole neanche amarsi. Forse giocherà a inventare parole, forse inventerà racconti inesistenti o disegnerà paesaggi infiniti. Si convince che, chissà, potrà così rimanere al sicuro dall’inquinamento di battaglie mondane che chiedono soltanto riconoscimenti e gloria, che chiedono guerra e storia poi liberazione e oblio.

Si è rinchiusa in casa per giorni. Sa che dovrà prima o poi uscire. Dovrà rimettere i piedi per terra, su questa terra che non si dice viva tranne che per schiaffi di vento e cambi di stagione.

Riporto solo una parte del monologo (da ascoltare)

“… Ora bisogna abbandonarsi e dormire più che si può..dormire..

Si crede sempre che sia il fondo dello squallore quello che si è toccato, eh? Chissà se esistono delle forze per andare più giù, delle strane forze e la prossima volta scendere più in basso. C’ è un momento nel quale si è veramente soli: Quando si arriva a ciò che siamo di orrendo e squallido..ma in fondo, proprio in fondo in fondo, il dolore stesso non vi risponde più, gli occhi sono asciutti perché lì c’è il deserto.

Strano, non c’è neanche il dolore nella solitudine, quella vera, gli occhi sono asciutti…Allora bisogna risalire da quel fondo. Pian piano bisogna ritornare cogli uomini..non c’è niente da fare..bisogna ritornare cogli uomini anche per piangere..”

                                                                                                      Giorgio Gaber

Crimine

Sassi. Foglie cadute senza fiato.

Il respiro della notte si fa più forte.

Il coltello colpisce. Un capo si piega.

Il dolore è acuto, la gola incisa, mani sul collo,

neanche un “no” soffocato. Silenzio.

Nulla.

Bellezza.